Un’immagine del World Pride del 2000 a Roma, che ha rappresentato un punto di svolta per la visibilità delle persone LGBT in Italia

Grazie ai circoli il movimento lgbt diventa di massa

 

Inchiesta di Delia Vaccarello

Sendabad, srilankese e omosessuale, entra in un circolo gay di Mestre e scopre che può ottenere inItalia lo status di asilo politico in quanto gay perseguitato in patria. La sua storia e quella di altri dimostrano la funzione importante svolta dalla rete di circoli che oggi fa capo ad Anddos. Ho parlato di Sendabad nel corso del convegno sugli stranieri gay rifugiati in Italia organizzato dall’associazione Gaynet Roma affiliata ad Anddos e tenutosi nella settimana contro il razzismo 2015 promossa da Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali della presidenza del Consiglio. Per Sendabad il circolo diviene l’unico luogo dove riesce a essere se stesso.

Il suo, infatti, è un doppio esilio: si sente esiliato psicologicamente all’interno della comunità di connazionali di Mestre espatriati come lui, ed è poi esiliato concretamente dalla sua terra, lo Sri Lanka, paese in cui l’omosessualità è severamente punita. Sendabad entra nel locale sperando di non venire riconosciuto. Entra col passamontagna. Una volta dentro respira almeno per un po’ e fa a meno della maschera etero indossata fuori. E’ qui che incontra le persone in grado di dargli informazioni indispensabili.

In Veneto ci sono più circoli che nel Lazio, la Lombardia ne ha la più alta concentrazione, tanti si trovano anche in Emilia Romagna, ma non c’è regione italiana che non ne abbia o che non si stia attrezzando per averne uno. Ma com’è nata la rete dei circoli ricreativi che oggi fa capo ad Anddos e che significato ha all’interno della realtà omosessuale in Italia?

La nascita

“Comincio a occuparmi di locali negli anni ’80, esistevano già dei locali pubblici e altri aperti come associazioni private, ma la Rete dei circoli nasce grazie a Franco Grillini e a me”, a parlare è Roberto Dartenuc, uomo conosciuto per l’influenza e il talento operativo, più che per il volto. “Se navighi nel web forse non trovi neanche una mia foto”. Roberto Dartenuc è l’anima organizzativa

della rete che sceglie di tenersi sempre lontano dai riflettori. E’ l’uomo che riesce a rilanciare la rete anche negli anni e negli snodi difficili, colui che ne conosce potenzialità e limiti, che chiede alla rete dei circoli di essere nulla più di ciò che è. Cioè: molto.

Ma cosa intendiamo per circoli? Si tratta di realtà associative che svolgono attività culturali e forniscono beni e servizi riservati ai soci. Da statuto sono obbligate a investire in attività culturali e di volontariato eventuali proventi che derivano dalla fornitura di beni e servizi ai soci. Nel caso dei circoli lgbt si tratta di attività tese a combattere le discriminazioni.

“I primissimi locali gay italiani sono nati a metà degli anni ’60, la sauna romana a piazza Esedra, un bar a Milano nato nel ’66. Poi spunta un baretto in via Veneto, un locale pubblico. L’Italia era allora un paese dove le regole in questo campo erano quasi inesistenti. I locali erano realtà senza collegamento, non c’era una tessera che permetteva di entrare ovunque”, afferma Dartenuc. Sono gli anni in cui Franco Grillini sente con forza la necessità della nascita di un movimento gay di massa. “Avevamo un obiettivo: volevamo essere una associazione di massa e avevamo bisogno di finanziamenti”, spiega Grillini. “Il 2 marzo ’85 si decide di dare il via alla costituzione di Arcigay.

C’era il problema delle risorse, Arci ci metteva 30milioni in bilancio ma non ce li dava, l’unico anno che li abbiamo ricevuti è stato l’87. L’idea di fare un circuito ricreativo venne quando fummo presi alla gola, allora ero dipendente comunale, guadagnavo 350mila lire al mese e mantenevo Arcigay. Urgeva trovare fondi. In più: volevamo essere una associazione di massa non di cinque sfigati, quindi il rapporto con il circuito ricreativo era fondamentale”.

E Dartenuc aggiunge: “Non aveva senso che il movimento fosse una accolita di pochi sedicenti intellettuali attivisti e volontari, era indispensabile farlo diventare un movimento di massa. Dunque ci siamo detti: perché non raccogliere tutte le sigle, tutte le associazioncine e farne una collegandoci ad Arci? In quel periodo io sono il classico ragazzo giovane che frequenta i locali e sono pazzescamente scocciato di dover fare una nuova tessera ogni volta che entro in un locale. Tessera che regolarmente non mi porto dietro. Ogni volta che vado a Rimini, o a Padova, o a Bologna per entrare in un locale devo fare la tessera. Idea: facciamone una che sia unica”.

Insieme all’idea c’è anche l’occasione: “Ci contattano da Rimini e ci dicono che vogliono fare una associazione e farla con Arcigay, si stringe l’accordo, nasce il Classic club di Rimini che fa tessere Arcigay. La tessera diventa valida per entrare al Cassero. Poi prendo contatti con un bar di Bologna, costituito come associazione, si chiama Steps”, racconta Dartenuc. E qui accade l’imponderabile. “E’ a Steps che nell’86 un poliziotto gay va fuori di testa e si inventa un controllo stile rambo. Non si capisce perché lo fa, se ha avuto un trascorso amoroso con il gestore, se ha qualche questione aperta come cliente. Non si sa. Convince due colleghi a fare un intervento nel locale e con regolare divisa fanno un controllo stile Gestapo. Il gestore del locale chiama Franco e chiama me – continua Dartenuc ­. Due giorni dopo esce la notizia prima in cronaca locale e poi in nazionale: “Polizia rambo, cittadini messi al muro”. Franco riesce a far fare una interrogazione parlamentare, il questore viene chiamato a Roma. I poliziotti vengono sospesi, il capo viene espulso, e gli altri due trasferiti”.

E da allora è un boom. “L’eco mediatica è enorme, circa 80 circoli in poco tempo si uniscono alla rete”, dichiara Grillini, “Ancora, se affiliavamo un locale avevamo migliaia di iscritti in più”. I circoli intanto vengono su come funghi: “in quegli anni Dartenuc e io davamo consulenze gratis per aprire un locale, e il perno di tutto era la tessera unica. I locali hanno la grande funzione di intrattenimento quasi soltanto per i maschi e sono molto frequentati. Raramente fanno attivismo in modo diretto. Il numero dei soci per l’associazione è molto importante. Nei contatti con il ministero della Sanità, ad esempio, possiamo dire che contiamo perché abbiamo migliaia di tesserati”, continua Franco Grillini. Diventa una specie di monopolio: “Avevamo il monopolio del mondo ricreativo dentro il quale si esplicava la socialità della comunità. Solo a Milano e a Roma esisteva un manipolo di locali indipendenti – aggiunge Dartenuc ­. Se andavi nei locali dovevi per forza fare la tessera. Con alcune critiche, certamente. C’era chi si chiedeva: ma perché se voglio ballare devo prendermi la tessera di Arcigay?”.

I locali hanno rotto un tabù”

Ma è davvero soltanto “divertimento”? Che funzione svolge questa fitta rete di locali sparsa per tutta Italia? “In molte periferie il circolo ricreativo era una cosa sola con quello politico. A Siracusa ci siamo autofinanziati con le feste, a Catania è stata molto importante la presenza della discoteca Pegaso – racconta Agata Ruscica, attivista dagli inizi del movimento, pioniera insieme alla compagna Angela Barbagallo del riconoscimento delle unioni more uxorio ­ . Saune, bar e discoteche sono realtà importanti, vivaddio che c’erano e ci sono perché servono ad aggregare. Quando ci sono le manifestazioni una buona parte di chi frequenta i locali poi scende in piazza.

Nel tempo i circoli sono stati l’ossatura economica che ha retto l’attivismo politico ma anche l’ossatura sociale che ha dato ossigeno alla consapevolezza delle rivendicazioni. Dal punto di vista della socializzazione hanno rappresentato realtà fondamentali, così come i pride”. Grazie anche alla rete dei circoli l’immagine della persona omosessuale non è più quella di un alieno catapultato sulla terra. “I locali hanno rotto un tabù, ci sono passati anche gli etero e i curiosi, anche le donne ovviamente. Se oggi si parla di una legge, se si parla più liberamente di omosessualità, se si puo dire il mio compagno o la mia compagna, se si è diffusa la tolleranza anche se tra molte virgolette è merito delle persone che hanno fatto percorsi netti. La discoteca catanese, ad esempio, ha aggregato tantissimo,  trasformandosi anche da locale gay a luogo politicizzato, influendo molto nella organizzazione dei Pride siciliani”.

Ma hanno ovunque contato tanto? E c’è differenza rispetto alle nuove generazioni? “In passato la rete non è mai stata troppo incisiva nel formare la opinione pubblica gay rispetto a quello che accadeva nel mondo circostante. I presidenti dei circoli ricreativi fino a un certo punto sono stati resistenti a fare informazione – aggiunge Dartenuc”. Resta fuor di dubbio quello che potremmo definire il “peso indiretto” della rete dei circoli: “Nel tempo la coscienza nazionale ha iscritto nel proprio vocabolario una equivalenza: omosessuali uguale Arcigay. Ancora, il fatto che gli omosessuali avessero la tessera Arcigay ha avuto un effetto sulla coscienza acquisita di far parte di un gruppo sociale”, continua Dartenuc.

La tessera del locale o della sauna ha contribuito alla formazione di una sensazione di appartenenza non vincolante sul piano politico. “Non sono un attivista, ma andare in sauna ha risvegliato in me la coscienza di essere omosessuale  – racconta Mauro, 25 anni , che da giovanissimo inizia a frequentare i circoli ­. Una volta ho incontrato un politico noto, un volto che si vede di frequente in tv. Era con il suo amico e in vasca ha cominciato a parlare a voce alta del matrimonio gay. All’improvviso mentre lo ascoltavo mi sono accorto che tra il circolo e il mondo fuori non c’era distanza, che il politico visibile fuori stava a un passo da me che non avevo ancora fatto coming out con i miei. Ero contento, mi sono sentito meno solo, mi ha dato coraggio”.

“In una discoteca siciliana ho incontrato la mia attuale compagna – racconta Valeria – è successo dieci anni fa e insieme abbiamo progettato di andare a vivere insieme riuscendo a vincere la chiusura delle nostre rispettive famiglie. Oggi siamo visibili ma non sul lavoro, ma sono certa che prima o poi, magari quando ci sarà la legge sulle unioni civili, faremo il coming out completo”. Roberto Dartenuc ci racconta con un aneddoto gli effetti della rete dei circoli sull’opinione pubblica. “Erano i tempi del primo pendolino, una sera ritornavo da Roma e dirottano il treno da Firenze Santa Maria Novella a Firenze Campo di Marte perché c’era un problema sulla linea Firenze-Bologna. Era estate e faceva caldo, scendiamo sul marciapiedi, mentre mi trovavo vicino al macchinista, arriva un altro dipendente fs con un pezzo di carta e dice: “abbiamo il via libera,  dammi un passaggio a Bologna che vado a casa”. Il macchinista risponde: “Vieni che ti porto a Bologna dall’Arcigay”.  Ma dentro Arcigay non è stata sempre pace tra “politici” e circoli ricreativi. I politici, dice  Dartenuc, “quelli per intenderci che leggono i giornali, si occupano dei disegni e delle proposte di legge, non avevano interesse nei confronti dei circoli”. Per alcuni addirittura erano negativi “perché consentivano di mantenere l’anonimato, vedevano i circoli come soluzione piu elegante dei cessi in stazione, nella peggiore delle ipotesi come incubatoio della infezione da Hiv”.

Nel frattempo però i circoli crescono come numero e come importanza mentre parallelamente i classici luoghi scelti per gli incontri occasionali, i parchi ad esempio, si fanno sempre più pericolosi a causa del dilagare della microcriminalità. I parchi non sono soltanto teatro del delitto efferato, che è tragedia ma rara. Dagli anni 90 chi va nei parchi rischia di essere derubato. In breve, i circoli rispondono a molteplici necessità: riescono ad aggregare, aiutano a dare un senso di appartenenza e non chiedono un impegno politico diretto, alimentano nella opinione comune l’idea che le persone omosessuali siano un gruppo anche con un potere di pressione. Eppure, anche se servono, non sono immuni dall’essere snobbati. Ed è qui che si annida nei rapporti con Arcigay il  germe della crisi.

Il distacco e la rete Anddos

Il problema che arriva ad essere sempre più sentito dalla metà degli anni 2000 è semplice: chi gestisce bar, saune e discoteche si dice: “siamo tanti ma dentro l’associazione contiamo quasi niente”  “Il meccanismo di rappresentanza era squilibrato ma è rimasto in piedi per tanto tempo – dichiara Franco Grillini – Fino a 100 iscritti hai un delegato, da mille a duemila hai 5 delegati, e così via. Mano a mano che si sale nel numero degli iscritti diminuisce la rappresentanza. Era un sistema che dava forza ai piccoli circoli che volevano fare politica e non faceva fare politica a quelli più numerosi”. I circoli mordono il freno, cominciano ad avere coscienza di sé, vogliono contare di più. “Hanno bisogni precisi: bisogni di formazione, di diffondere materiale di informazione legato alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili”, spiega Dartenuc. Hanno anche esigenza di avere una rappresentanza che può dialogare con la pubblica autorità sul territorio. Trova vita un coordinamento del circuito ricreativo. Al termine di una fase delicata viene anche riconosciuto in sede congressuale, ma qualcosa va storto. Il vecchio equilibrio si rompe, il nuovo rischia di non avere futuro. Nella fase di passaggio alcune competenze storiche saltano. Il circuito ha oltre venti anni di vita: chi è arrivato da poco riuscirà a far bene il lavoro di sempre? Per i circoli comincia la conta dei danni. Le vecchie ferite sanguinano ancora di più. Salta il senso di appartenenza ad Arcigay. Essere snobbati non è più tollerabile. I bisogni restano senza risposta.

Il circuito non può sfaldarsi, ha necessità di restare unito. La tensione sale, la gestione non è facile. Il circuito riesce a ritrovare i punti di riferimento di sempre, si ricompatta e si stacca. Sceglie la continuità e rinasce sotto la sigla di una associazione nuova: Anddos, Associazione nazionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale. Entrano in Anddos i quattro consiglieri più Roberto Dartenuc che hanno fatto parte del Consiglio nazionale Arcigay. Mario Marco Canale viene eletto presidente, Massimo Florio vice – presidente, Loris Baroni è tesoriere, Angelo Bifolchetti è nell’Ufficio di presidenza insieme a Fabrizio Aiazzi, Stefano D’Agnese , Markus Haller, Sauro Noris, Claudio Santilli. Roberto Dartenuc è coordinatore nazionale. Anddos oggi conta quasi centotrentamila tessere ed è in Italia la più grande associazione nazionale lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender).

La rete dei circoli oggi: intervista al presidente Mario Marco Canale

“Sono stato nel consiglio nazionale Arcigay per quindici anni prima della nascita di Anddos, ero in quota ai circoli ricreativi ai quali spettavano quattro consiglieri nazionali”. Mario Marco Canale è il presidente di Anddos e vede nascere il circuito ricreativo da presidente del circolo romano Europa multiclub.

Nei due anni di vita dell’associazione per dar voce alle varie esigenze delal base punta su alcuni settori fondamentali: “In questi due anni Anddos è riuscita ad attrarre al suo interno anche circoli che hanno avuto da sempre per natura una posizione nell’attivismo vedi Gaynet Roma. Altri circoli a vocazione più politica e meno ricreativa ci hanno contattato per associarsi”.

In questi due anni la questione dell’impegno sui temi della rivendicazione dei diritti e della lotta alla discrminazione viene sentita nel gruppo dirigente dell’associazione, e resta ferma in ogni caso la necessità di offrire servizi che rispondano ai bisogni.

“Per Anddos è chiaro – continua il presidente – che prima delle posizioni ideologiche vanno posti al centro della propria azione i bisogni e le necessità della vasta ed eterogenea base associativa, bisogni quotidiani pressanti . Per questo è nato il progetto “One question” un portale dove tutti con semplicità ed immediatezza, ovunque si trovino, possono esporre i propri dubbi a medici, psicologi, avvocati, assistenti sociali senza imbarazzo e senza tabù, per non sentirsi soli e per avere risposte qualificate. Ancora, sono già sorti in tre regioni i centri anti violenza Anddos CAA e abbiamo avuto la richiesta da diversi circoli di aprire in altre 6 regioni”.

I circoli offrono preziose occasioni di incontro: “I circoli ricreativi sono la palestra per le persone lgbt, un uomo quando scopre di essere gay non ha subito le idee chiare. Le persone devono sviluppare la loro coscienza di omosessuali. Riescono a farlo confrontandosi, parlando con chi si è posto gli stessi interrogativi. Dentro i circoli hai una quantità impensabile di contatti, e poi ti fai una idea più chiara della strada che le persone hanno fatto per trovare un equlibrio. Da noi non viene soltanto chi è sposato o è gay al cento per cento”.

Dalla metà degli anni ’80 a oggi molto è cambiato. Marco Canale conosce i meriti del web, ma non ignora il peso dei discorsi di odio. Di recente l’allarme è stato lanciato da Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali: il 30 per cento delle segnalazioni che arrivano al Contact Center riguarda gli “hate speech”, i discorsi di odio contro i gruppi più esposti alle violenze verbali, omosessuali compresi. Le discriminazioni viaggiano veloci nel web dove chi odia colpisce senza mostrarsi e si trasforma facilmente in un cecchino appostato dietro lo schermo.

“Il circolo dà sicurezza, puoi fare incontri e sei al riparo dalle violenze verbali che si diffondo via chat. Secondo un nostro sondaggio il 50 per cento delle violenze che subiscono le persone omosessuali arrivano dalle chat. Non solo, l’omicidio può avvenire quando hai portato a casa una persona incontrata nel web”. Guardarsi in faccia, e non solo attraverso una foto, resta fondamentale per capire chi si ha davanti. “Oggi le chat stanno interrompendo il percorso di visibilità importante per le persone omosessuali – continua Marco Canale ­ i profili possono essere falsi da punto di vista psicologico, una persona può dirti che fa un lavoro invece ne fa un altro. Negli incontri in chat il rischio di non sapere chi hai davanti è alto”.

C’è anche un problema relazionale che si riscontra soprattutto tra gli adolescenti: attirare attraverso una foto significa tenere il corpo sotto controllo e non sapere come comportarsi quando si ha a che fare con una persona in carne e ossa. “I circoli offrono la possibilità di un incontro episodico ma anche l’occasione di trovare un compagno. Diventano un momento di crescita. Molti magari entrano perché sono soli, sono state lasciati dal loro ragazzo e vengono al circolo anche per confrontarsi. Se chiedi a chi ha più di 35 anni che ruolo hanno avuto i circoli ti risponde “molto”. Diverso è il caso dei ragazzi, entrano e sono timidissimi, ma il circolo tende a disinibirli”. Ancora, prevenzione e informazione sono dimensioni chiave. “Distribuiamo preservativi e materiale informativo sulle malattie sessualmente trasmissibili, e somministriamo molti sondaggi per conoscere anche le necessità dei tesserati”. E l’aspetto culturale? “Stiamo potenziando il sito dell’associazione perché sappiamo che tra i bisogni dei soci ci sono una buona informazione e l’attenzione ai temi dell’attualità con uno sguardo approfondito”.